Soleko adotta il protocollo CLEK
Il trattamento del cheratocono prevede
diversi tipi di risoluzione contattologica ma, di recente,
esattamente dal 1995 un gruppo di studio, che fa capo
all'Università dell'OHIO, coordinato
dalla Dott.ssa Karla Zadnik, ne ha protocollato la procedura
applicativa.
La "nuova" tecnica, detta
anche della clearance apicale, è volta ad ottenere,
mediante una metodica applicativa standardizzata, un
rispetto totale della zona apicale attuando semplicemente
quella che solitamente viene rappresentata come un'applicazione
stretta, ottenuta, invece, con particolari accorgimenti
che prevedono di adottare lenti sottili, di piccolo
diametro e dalla geometria alquanto semplice e standardizzata.
L'esigenza di adottare un metodo
di applicazione sicuro nei confronti dei pazienti affetti
dalla patologia è emersa dopo che Korb, analizzando
l'evoluzione di 7 pazienti affetti da cheratocono
che portavano lenti a contatto RGP vide che di questi,
quattro che indossavano lenti tendenzialmente piatte
capitolarono verso il trapianto nel giro di pochi anni
mentre i restanti tre che adottavano lenti applicate
in clearance apicale resistettero a lungo; da qui l'esigenza
di attuare un'applicazione con un serbatoio lacrimale
sull'apice al fine di rispettarlo da scalfiture
e leumizzazioni.
Il protocollo Clek, dove la sigla sta per Collaborative
Longitudinal Evaluation in Keratoconus, è, come
definisce la parola uno studio longitudinale che ha
visto nel corso di 6-7 anni un monitoraggio continuo
di 1209 pazienti affetti dalla patologia; i soggetti
sono stati visti con una frequenza di una volta ogni
4 mesi per 6-7 anni, al fine di valutarne le progressioni
sia della patologia che delle eventuali lesioni da porto
delle lenti a contatto applicate che, ricordiamo, rispecchiano
la tecnica della clearance apicale.
Il monitoraggio è stato condotto
rapportando ad ogni visita le immagini fotografiche
degli occhi, al momento dell'analisi, con le immagini,
conservate in un archivio centralizzato, di quando il
paziente è stato iscritto per la prima volta
al protocollo; proprio in ragione dello immutate condizioni
fisio-anatomiche degli occhi durante le applicazioni
di prova si è considerato valido il processo
di avvicinamento e trattamento del cheratocono con lenti
CLEK.
I criteri di eleggibilità per
far parte del monitoraggio
sono:
Caratteristiche richieste:
Età,
almeno 12 anni
Superficie
corneale irregolare in entrambi gli occhi, evidente
distorsione delle mire, riflesso schiascopico a forbice
Strie
di Vogts o Anello di Fleischer di almeno 2 mm, o cicatrici
corneali
Criteri di esclusione:
Condizioni
chirurgiche: trapianto corneale in oo
Altre
malattie oculari:cataratta, maculopatie, glaucoma, patologie
del nervo ottico, ecc.
La scelta del candidato ideale per
l'applicazione di tipo CLEK prevede dei connotati
topografici corneali particolari:
Il cono deve presentarsi abbastanza
centralmente o lievemente decentrato, indifferentemente
se di ectasia tonda od ovale
Coni più decentrati richiedono lenti
in diametro totale medio- grande e prevedono quindi
una risoluzione classica

Le caratteristiche geometriche della
lente sono alquanto semplici: si tratta, infatti, di
una lente in diametro totale 8,60 mm con una zona ottica
di 6,5 mm e due flange standardizzate con raggio 8,40:0,85
mm;11,00:0,20 mm.
 |
Diametro totale standardizzato in 8,60 mm
Zona
ottica standardizzata in 6,50 mm
Raggio standardizzato della 1^ flangia 8,40 mm con
ampiezza fissa 0,85 mm
Raggio della flangia periferica 11,00 mm con ampiezza
fissa 0,20 mm
Spessore centrale fisso 0,10 mm |
La tecnica prevede, come iniziale approccio,
di effettuare una media tra i parametri oftalmometrici
e, sulla base del valore ottenuto, scegliere la lente
da un'apposito set di prova che corrisponda al raggio
di curvatura di quel valore medio Esempio: 51/53 letture
oftalmometriche 52 D valore medio, corrispondente a
6,49 mm si sceglierà quindi la lente che più si avvicina
al valore di 6,49 mm; una volta applicata tale lente,
attendendo almeno 10' prima di effettuare il controllo,
dovrà essere condotto un attento test fluoresceinico
volto a ricercare nell'appoggio la clearance apicale.
Qualora la lente toccasse troppo in zona apicale si
procederà con l'applicazione di una successiva lente
con raggio di curvatura più stretto e così via fino
a definire la lente "ideale". Le caratteristiche del
set di prova sono queste:

Molto spesso la determinazione dei parametri oftalmometrici,
se non si dispone di un topografo computerizzato, è
difficile soprattutto quando lo stadio del cheratocono
è particolarmente avanzato; viene quindi suggerito
un metodo di rilevazione oftalmometrica che prevede
di anteporre all'obiettivo dell'oftalmometro
una lente di +1,25 D al fine di poter "traslare"
la scala di lettura dello strumento che altrimenti risulterebbe
insufficiente.
Una volta ottenute le due letture,
con la lente anteposta, si dovranno moltiplicare i valori
così ottenuti per un coefficiente che è
1,1659, giungendo ai reali parametri oftalmometrici
su cui basarsi per la scelta della lente a contatto
iniziale del set.
Qui di seguito è stata redatta
una tabella che trasforma le letture ottenute con l'anteposizione
di una lente di +1,25 in letture reali
| Estensione
del range del cheratometro con l'inserimento
davanti all'obiettivo dello stesso di una
lente +1,25 D: |
| Lettura
tamburo oftalmometro |
Potenza
corneale in diottrie |
| 43,00 |
50,13 |
| 43,12 |
50,28 |
| 43,25 |
50,43 |
| 43,37 |
50,57 |
| 43,50 |
50,72 |
| 43,62 |
50,86 |
| 43,75 |
51,01 |
| 43,87 |
51,15 |
| 44,00 |
51,30 |
| 44,12 |
51,45 |
| 44,25 |
51,59 |
| 44,37 |
51,74 |
| 44,50 |
51,88 |
| 44,62 |
52,03 |
| 44,75 |
52,17 |
| 44,87 |
52,32 |
| 45,00 |
52,47 |
| 45,12 |
52,61 |
| 45,25 |
52,76 |
| 45,37 |
52,90 |
| 45,50 |
53,05 |
| 45,62 |
53,19 |
| 45,75 |
53,34 |
| 45,87 |
53,49 |
| 46,00 |
53,63 |
| 46,12 |
53,78 |
| 46,25 |
53,92 |
| 46,37 |
54,07 |
| 46,50 |
54,21 |
| 46,62 |
54,36 |
| 46,75 |
54,51 |
| 46,87 |
54,65 |
| 47,00 |
54,80 |
| 47,12 |
54,94 |
| 47,25 |
55,09 |
| 47,37 |
55,23 |
| Continua... |
|
| Lettura
tamburo oftalmometro |
Potenza
corneale in diottrie |
| 47,50 |
55,38 |
| 47,62 |
55,53 |
| 47,75 |
55,67 |
| 47,87 |
55,82 |
| 48,00 |
55,96 |
| 48,12 |
56,11 |
| 48,25 |
56,25 |
| 48,37 |
56,40 |
| 48,50 |
56,55 |
| 48,62 |
56,69 |
| 48,75 |
56,84 |
| 48,87 |
56,98 |
| 49,00 |
57,13 |
| 49,12 |
57,27 |
| 49,25 |
57,42 |
| 49,37 |
57,57 |
| 49,50 |
57,71 |
| 49,62 |
57,86 |
| 49,75 |
58,00 |
| 49,87 |
58,15 |
| 50,00 |
58,29 |
| 50,12 |
58,44 |
| 50,25 |
58,59 |
| 50,37 |
58,73 |
| 50,50 |
58,88 |
| 50,62 |
59,02 |
| 50,75 |
59,17 |
| 50,87 |
59,32 |
| 51,00 |
59,46 |
| 51,12 |
59,61 |
| 51,25 |
59,75 |
| 51,37 |
59,90 |
| 51,50 |
60,04 |
| 51,62 |
60,19 |
| 51,75 |
60,34 |
| 51,87 |
60,48 |
| 52,00 |
60,63 |
|
Il controllo fluoresceinico è,
come si può facilmente intuire, di fondamentale
importanza in tutte le valutazioni legate ad una applicazione
sul cheratocono e in questa tecnica rappresenta un indispensabile
elemento per accettare la lente da cui poter partire
per la catalogazione in ambito CLEK; ovviamente, in
termini di premessa, è sempre utile dire che
la valutazione del pattern fluoresceinico dipende dal
tipo di geometria adottato e quindi è di basilare
importanza sapere con estrema perizia come la sia stata
costruita la lente, in termini geometrici, al fine di
poter individuare con estrema semplicità le aree
della stessa su cui eventualmente intervenire.
Come si è detto la ricerca del
miglior appoggio deve poter prevedere una sacca di fluoresceina
sulla zona apicale al fine di poterla preservare da
azioni di abrasione; ovviamente non si deve applicare
troppo stretto, poiché, come ci insegna l'esperienza,
un'applicazione troppo stretta va a scapito della
qualità della visione.
Riassumendo, il protocollo applicativo dello studio
CLEK prevede una prassi che non sia influenzata da diverse
filosofie applicative o da pregiudizi; voler applicare
in questo ambito prevede l'utilizzo di lenti con
diametro piccolo per assicurare un'applicazione
infra-palpebrale in cui la lente possa posizionarsi
sopra la zona ectasica.
La zona ottica è standardizzata
a 6,5 mm in modo da poter minimizzare la zona di pooling
evitando un eccessivo accumulo di detriti lacrimali;
le flange, scelte in valori fissi particolarmente piatti,
rappresentano un valido scarico sulle aree adiacenti
la zona apicale che non sono così curve come
la zona interessata dal cono.
Lo spessore centrale è, generalmente,
fissato in 0,10 mm per poter ottenere lenti così
sottili da rimanere più centrate e non risultare
fastidiose.
Soleko, azienda italiana nota da anni
per la lente gas-permeabile SP 40, per poter promuovere
il suo nuovo materiale, SP J, ha deciso di associare
alla praticità del protocollo CLEK, un prodotto
gas-permeabile che rispondesse alle caratteristiche
che un materiale deve poter possedere per garantire
tutti quegli elementi che abbiamo elencato nel testo;
durezza,e quindi indeformabilità, per mantenere
un'azione di rispetto di aree particolarmente
delicate e sensibili come la zona apicale, permeabilità
all'ossigeno sufficiente al buon mantenimento
metabolico, ed una bagnabilità eccellente che
rende la lente più accettabile sotto il profilo
tattile nonché nella marcata risposta visiva.
Il prodotto SP J nasce da una ricerca
ormai quinquennale, iniziata nel 1997, dove Soleko già
fornitrice di materiali costruiti in proprio per il
mercato del sol levante, viste le caratteristiche nobili
del polimero, ha deciso di iniziare nel 2002 la commercializzazione
del polimero anche sul mercato italiano; le risposte
dei portatori e le testimonianze degli ottici sono state
sensazionali, al punto tale da incoraggiare Soleko a
poter suggerirne l'impiego anche in costruzioni
"estreme".
Il protocollo CLEK, sin dai suoi primi
passi, è stato promosso in parallelo sul pubblico
italiano dal 1996, con un impegno da parte di Soleko
per divulgarne i contenuti e per indirizzare la propria
clientela specialistica verso questa nuova realtà
applicativa; ancor oggi, a distanza di 7 anni dall'inizio
dell'impegno dei tecnici dell'azienda, sono
numerose le testimonianze di applicatori, nonché
di portatori, che attestano l'efficacia del protocollo.
Numerose tesi si sono redatte in Italia
su suggerimento di Soleko, che ne è stata promotrice,
e un alto numero di portatori può ormai rappresentare
un ricco archivio vivente, su cui potersi basare per
effettuare studi appronditi in termini di screening
del cheratocono.
Anche se non è stato proprio
condotto con le stesse tecniche di indagine dell'Università
dell'Ohio, il protocollo CLEK, interpretato e
applicato da Soleko, rappresenta oggi per la società
di Ponetcorvo il secondo metodo applicativo da impegare
sui cheratoconi in alternativa alla tecnica dello sfioramento
apicale ad appoggio sui tre punti.

Cenni Bibliografici:
Zadnik k., Barr J.T. - Diagnosis, contact lens
prescribing , and care of the keratoconus patient -
Butterworths 1999
Zadnik k., Barr J.T., et Al. - Baseline findings
in the Collaborative Longitudinal Evaluation of Keratoconus
(CLEK) study - Investigative Ophtalmology &
Visual Science - 1998
Zadnik k., Barr J.T. - A summary of the findings
from the Collaborative Longitudinal Evaluation of Keratoconus
(CLEK) study - Journal of American Optometric
Association - 2001.
Zadnik K. - Insight, the official patient newsletter
of the CLEK study - The Ohio State University,
OH - 2000 - 01
Zadnik K. - Evaluating RGP fit in keratoconus
- 1996
Zadnik K., Mutti DO. - Contact lens fitting relation
and visual acuity in keratoconus - Am.J.Optom.Physiol.
- 1987
|